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Ah, quando c’erano le preferenze…

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Le nostalgicamente rievocate e invocate preferenze sono da sempre il veicolo usato dalla malavita organizzata per condizionare le elezioni e collocare i propri uomini laddove possano operare a favore del malaffare. Cosi’, per consuetudine, in particolare nel Sud. Cosi’, oggi, come si è visto, perfino in Lombardia. Ma come andavano le cose in tempi lontani nella antica Circoscrizione elettorale Como, Sondrio, Varese?

Magnifico il capitolo di ‘Morte nel pomeriggio’ nel quale Ernest Hemingway si sofferma sui toreri e i tori ‘di una volta’. Erano, di tempo in tempo – a detta dei commentatori e dei frequentatori più assidui delle corride – assai meno capaci e comunque molto meno temerari dei predecessori i matadores in attività in Spagna e infinitamente più piccoli e timorosi i tori da affrontare nell’arena. E, d’altra parte, al torero in cotal modo vilipeso bastava ritirarsi (o, meglio ancora, morire combattendo) per entrare a propria volta nella leggenda quale magnifico sterminatore di enormi miura e fungere da inarrivabile termine di paragone per i poveri successori. E non è, forse, così sempre, ‘sognando’ il passato, a proposito di ogni e qualsiasi argomento? E non è, forse, così – per stare all’oggi e alle elezioni nostrane con liste bloccate – riguardo alle abbandonate e nostalgicamente rammentate preferenze?

Testimone di epici confronti nelle urne di oramai trenta e quaranta anni orsono, ne potrei (ne posso) raccontare delle belle sia per, comunque documentato, sentito dire, che, spesso, per diretta esperienza. Per cominciare, nelle politiche per la Camera, essendo le circoscrizioni elettorali formate di sovente da due o tre province differentemente abitate, come avrebbero mai potuto i candidati provenienti dalle zone meno popolose e quindi con bacini elettorali assai più scarsi precedere i rivali interni se non abilmente manovrando sulle schede appunto manovrabili? Così, d’accordo gli scrutatori di tutti i partiti, ecco che nei seggi le ‘bianche’ venivano ‘votate’ ripartendole opportunamente ed equamente senza scontentare nessuno e sulle stesse come in larga parte delle restanti nelle quali non erano state espresse preferenze si provvedeva ad aggiungere i nomi dei concorrenti locali alla nomina. Chissà quanti onorevoli provenienti da aree periferiche devono la loro elezione alle abili mani degli amici scrutatori?

Quanto al ‘controllo’ dei voti – da ripagare, di caso in caso, con denaro o con favori – presto detto. Essendo possibile scrivere sulla scheda, a seconda dei casi, fino a tre o quattro nomi, bastava creare delle ‘cordate’ e cioè chiedere ai votanti di esprimersi sì a favore di un determinato candidato ma abbinato a uno o magari due altri. Per chiarire: un ‘controllore’ di preferenze (esistevano) prometteva, che so?, cento voti nel tale paese al signor Rossi? Perché i ‘suoi’ elettori fossero riconosciuti avrebbero vergato sulla scheda non solo il nome di Rossi ma anche quello, per dire, di Bianchi (e il secondo, in ciascuna consimile combutta cambiato, doveva essere ogni volta scelto tra i candidati meno noti e meno eleggibili). Conseguenza, tutte le schede che riportavano i due – tre, nei casi più complicati – nomi in un ordine prestabilito erano attribuibili al predetto ‘controllore’ di preferenze.

Marachelle del genere (e tali le definisco perché in nessuno di questi e simili casi si ricorreva alle minacce e alla violenza) le ho combinate anch’io nel periodo in cui, con Piero Chiara segretario provinciale e usando da responsabile cittadino i denari che lui aveva a disposizione anche per la bisogna, cercavamo di far sopravvivere almeno a livello locale il Partito Liberale Italiano. In particolare – e non specificherò qui ora l’anno per evitare che si possa risalire al mio complice – rammento quando un tale venne nella sede di via Bernascone a ‘vendermi’ un buon numero di voti ‘sicuri’. Avendo già concordato un paio di ‘cordate’ e non potendo metterne in pista un’altra, gli proposi di entrare personalmente in lista e gli promisi una certa somma per ogni preferenza da lui raccolta oltre un minimo, per così dire, garantito. Ignoto ai varesini quale era, quell’uomo prese un sacco di voti piazzandosi molto bene in graduatoria. Pagai volentieri: con le ‘sue’ amicizie aveva fatto scattare il quorum che consentiva a un terzo (secondo? quarto? non posso dirlo per non far capire a quale elezione mi riferisco) liberale di entrare in consiglio comunale!