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La corsa in solitaria dell’astuta Hillary

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di Alessandra Baldini, da New York

L’articolo che segue  – un attento quadro della ‘corsa verso White House 2016’ al momento attuale – è stato pubblicato domenica 26 luglio dal settimanale svizzero ticinese ‘Il Caffè’

Secondo il Washington Post, Donald Trump ‘vale’ settanta milioni di dollari liquidi: ha ancora dunque fondi in cassa per resistere almeno settecentoquarantotto giorni, che lo porterebbero ad essere politicamente in vita ben oltre la scadenza dell’8 novembre 2016.

All’Election Day mancano quatrocentonovanta giorni, oltre quindici mesi, e Trump, a colpi di ‘épater la bourgeoisie’, ha dato la scalata alla nomination salendo in testa a un affollato pull di rivali repubblicani, pur risultando il più debole del suo partito se messo di fronte alla democratica Hillary Clinton.

Così, mentre i repubblicani diventano una falange e si fanno la guerra fra di loro, tra i democratici Hillary è rimasta praticamente senza avversari.

Non fanno storia le candidature degli ex senatori del Rhode Island Lincoln Chafee e della Virginia Jim Webb o dell’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, e anche il miniboom del settantatreenne senatore del Vermont, Bernie Sanders, non sembra in grado di impensierirla in vista delle primarie.

Clinton continua a condurre una campagna con poca fanfara e molto lavoro sotto-traccia e intanto rimpingua le sue casse, in cui sarebbero già finiti quarantasei milioni di dollari (il sessanta per cento delle donazioni da donne).

La battistrada democratica interviene, tuttavia, su tutti i fronti dell’attualità nazionale e internazionale.

Partecipa, con Obama – e si trova d’accordo pure con Jeb Bush – in una polemica contro una ‘revisione’ della ricetta del guacamole proposta dal New York Times.

Ma poi prende le distanze da Obama in politica estera.

Perché con il presidente russo Vladimir Putin – dice – “dobbiamo essere più astuti” (sottinteso: cercare meno il confronto aperto) e con la Cina “vigili” (sottinteso: essere meno docili).

Sull’accordo con l’Iran sul nucleare, Hillary cerca una terza via, senza schierarsi contro, ma senza avallarlo alla cieca (un occhio attento all’alleato Israele e al voto ebraico).

Ovviamente, dati i numeri, il bersaglio maggiore di Hillary resta il suo più probabile avversario repubblicano, Jeb Bush, con cui polemizza: in vita sua, dice, “Jeb non ha incontrato molti lavoratori”, mentre annuncia che l’aumento dei salari sarà la missione della sua presidenza.

Pur insidiata dalla minaccia di una inchiesta (non penale) del Dipartimento della Giustizia sulle sue email celate o scomparse, Hillary resta ad oggi la ‘frontrunner’ inevitabile.

Tra i repubblicani, Trump guida con il diciassette per cento davanti a Bush (quattordici), gli unici due aspiranti a partire per la Convention di Cleveland (18-21 luglio 2016) con percentuali sopra le due cifre.

Il vantaggio di Trump è un altro segno che nel clima politico della destra americana chi la spara più grossa tocca una corda con alcuni elettori.

Frasi shock sugli immigrati messicani “stupratori e trafficanti”, soldati e simboli nazisti nei suoi tweet, ogni gaffe sembra favorire ‘The Donald’ – come veniva chiamato negli anni Ottanta quando deliziava il gossip con i suoi divorzi – almeno nel senso di renderlo più noto all’opinione pubblica, che non sa neppure chi siano la maggior parte dei suoi rivali.

Per la cronaca, oltre a lui e a Jeb Bush: Chris Christie, Marco Rubio, Ted Cruz, Rand Paul, Scott Walker, Rick Perry, Bobby Jindal, Rick Santorum, Mike Huckabee, Ben Carson, John Kasich, George Pataki, Lindsay Graham e l’unica donna, Carly Fiorina.

Certo, tra i commentatori più illuminati, ci si chiede come abbia fatto il partito di Lincoln, Eisenhower e Reagan ad allinearsi con un demagogo come Trump.

“Trump è il veleno creato da quel partito”, ha scritto sul New York Times il politologo Timothy Egan, indicando nel mix tossico di odio razziale per immigrati, neri e altre minoranze e il nichilismo di chi odia il governo, il combustibile che alimenta la candidatura del costruttore.

Nessun osservatore crede davvero che Trump possa ottenere la nomination.

“Durerà poco”, ha sentenziato la rivista Forbes secondo cui il miliardario che strepita per ottenere attenzione ha cominciato ad auto-distruggersi quando ha attaccato l’eroismo in guerra del senatore John McCain: prigioniero dei vietcong, rifiutò la liberazione per non tradire i suoi compagni di sventura.

Stavolta perfino Trump potrebbe averla sparata troppo grossa.

Se la meteora Trump dovesse liquefarsi per aver tentato di volare troppo alto, Jeb potrebbe davvero spiccare il volo.

Il primo vero appuntamento della campagna sarà il 6 agosto a Cleveland quando i sedici ‘nani’ repubblicani – favoriti dalle sentenze della Corte Suprema che consentono a tycoon come i fratelli Charles e David Koch di tenere in vita candidature anche se non hanno alcuna chance di vincere- dovranno affrontarsi nel primo dibattito tra contendenti del partito.

Troppi.

Anzi, c’è già chi pronostica che dopo il 6 agosto ci saranno dei ritiri, anche se a più di un anno dal voto e a cinque mesi dal via del caucus, l’assemblea per la selezione, e dalle primarie sembra molto presto per tirarsi indietro.