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Tre soggetti del negoziato con l’Iran sul nucleare

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di François Nicoullaud, già ambasciatore a Téhéran, analista di politica internazionale.

In questa lunga negoziazione con l’Iran sul nucleare, appena conclusasi dopo dodici anni tortuosi e faticosi, tre sono state le personalità che hanno avuto un ruolo determinante.

 

Dominique de Villepin

 

Il primo è Dominique de Villepin, nella sua qualità di ministro francese per gli affari esteri. A metà del 2003, gli Stati Uniti, ebbri del loro successo in Irak, decisi a dare nuova forma al Medio-Oriente, cercarono di mettere in difficoltà la Repubblica islamica e si preparavano a portare l’Iran davanti al Consiglio di sicurezza a seguito della scoperta avvenuta l’anno precedente, di una fabbrica per l’arricchimento dell’uranio in costruzione nei pressi di Natanz, nel deserto iraniano. Di contro, Villepin, desideroso di trovare una soluzione negoziata alla crisi, riusciva a convincere i suoi omologhi, il tedesco Joshka Fischer e l’inglese Jack Straw, a seguirlo a Teheran. La situazione non era certo priva di rischi e gli Americani più che scontenti di essere fermati nel loro impeto. Da parte della gerarchia del Quai d’Orsay, attenta a non entrare nuovamente in conflitto con Washington dato che la ferita della controversia sull’Irak era ancora aperta, ci fu una levata di scudi contro una tale iniziativa. E nessuno poteva realmente prevedere quale accoglienza avrebbero riservato gli Iraniani a questa insolita visita. Villepin, prima di partire, si era quindi ben accertato del sostegno assoluto da parte del Presidente Chirac. Fu così che il trio dei Ministri sbarcò a Teheran il 21 ottobre del 2003, dando pubblicamente l’avvio ad una negoziazione che non si è mai arrestata pur tra tanti scossoni, uscite di strada e deviazioni rispetto al format originario, fino all’accordo del 14 luglio 2015.

 

Barack Obama

 

La seconda personalità è Barack Obama, che fin dalla sua campagna elettorale del 2008, aveva manifestato la sua intenzione per una soluzione negoziata con l’Iran. Prendendo scientemente in contropiede il sentimento dominanante nella classe politica americana, ha perseguito fin da allora il suo obiettivo con ammirevole costanza. Nel corso del suo primo mandato, ha dovuto confrontarsi con un regime iraniano infrequentabile, entrato, fin dalla primavera del 2009, in un conflitto interno con la popolazione stessa per la riconferma di Ahmadinejad alle presidenziali. D’altra parte la sua stessa scelta iniziale di Hillary Clinton a Segratario di Stato, lo poneva in difficoltà mentre lei, certamente attenta al proprio futuro politico, mostrava tutta la sua reticenza a comporre un accordo con l’Iran. Il 2013 ha offerto finalmente ad Obama lo spiraglio tanto atteso per riprendere l’iniziativa. Fin dal 2012 si preparava il terreno attraverso contatti segreti avviati con Teheran grazie alla mediazione del Sultanato dell’Oman e sul limitare del suo secondo mandato, Obama ha potuto scegliere, in John Kerry, un nuovo Segretario di Stato in perfetto accordo con lui sul tema e pronto a pagare di persona pur di concludere. Nel frattempo gli Iraniani hanno eletto alla Presidenza della Repubblica un candidato deciso ad uscire, quasi a qualsiasi costo, da una crisi nucleare deleteria per la società iraniana.

 

Hassan Rouhani

 

E’ Hassan Rouhani, la terza personalità cruciale della storia. Quest’uomo cresciuto nel serraglio della Repubblica islamica, vi si era rapidamente distinto grazie alla sua energia e l’efficacia nella gestione di crescenti responsabilità attribuitegli in special modo nella conduzione della guerra con l’Irak. Segetario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale fin dal 1989, gli viene affidata, nel momento in cui la crisi si amplia, la gestione del dossier sul nucleare e si trova, per questo motivo, ad essere uno dei principali interlocutori dei tre ministri europei venuti a discutere del contendere. A quel tempo aveva reputazione di assolutista, poco aperto verso l’estero. Ma ha saputo porsi rapidamente al livello giusto per questa nuova sfida, scoprendo l’interesse del dialogo col mondo esterno, assumendosi dei rischi, crescendo in disinvoltura e sviluppando autorevolezza negli arcani dei giochi diplomatici, ponendo perfino ordine nelle attività nucleari che si erano andate sviluppando senza un gran controllo in seno all’apparato dello Stato. Tuttavia il negoziato con i tre Europei finì con l’impaludarsi. Villepin non era più lì a dare il suo impulso e l’amministrazione di George W.Bush faceva di tutto per ostacolarlo. Poco dopo l’elezione di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica, a metà del 2005, Rouhani, duramente provato da questo fallimento, in profondo disaccordo con il nuovo presidente, lascia le sue responsabilità e aspetta la sua ora. L’ora suona, di nuovo, quando arriva nel 2013 alla presidenza della Repubblica, al termine di una campagna in cui si impegna a dare una svolta alla lunga crisi nucleare per chiudere il capitolo delle sanzioni, per rilanciare l’economia e liberare la società, perché il paese possa aprirsi finalmente all’esterno. Sono quindi questi i temi che, ben presto opinione popolare, gli consentono di vincere. Appena eletto, si impadronisce del dossier che diventa la sua priorità, si accerta del sostegno della Guida suprema per fermare i duri del regime, crea, per gestirlo, una squadra di negoziatori esperti che godono della sua fiducia personale, traccia la rotta e fornisce il timoniere fino al risultato che sappiamo.

 

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L’accordo del 14 luglio 2015 appare come il trionfo della perseveranza e della volontà al servizio di una visione politica. E’ una bella lezione sulla capacità degli individui di piegare il corso degli avvenimenti e su quella della politica, che può disinnescare la fatalità.