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Il Daverio? Dovesse proprio cambiare nome, direi Flaminio Bertoni

Commenti disabilitati su Il Daverio? Dovesse proprio cambiare nome, direi Flaminio Bertoni Varie ed eventuali

Comprensibili entrambe le posizioni.

Quella della preside che si trova ad avere a che fare con un istituto che si intitola a tre persone (Francesco Daverio, Nuccia Casula e Verri) e che nello stesso tempo sostiene, a ragione, che invitare gli studenti a proporre motivatamente qualcuno è opera utile a far loro capire qualcosa di Varese e dei varesini.

Quella di quanti protestano, visto che il Daverio è un vero eroe che ha sacrificato la vita per i suoi ideali.

Dovessi scegliere io, subito direi Luigi Zanzi senior, grand’uomo, presidente per decenni della azienda Autonoma di Soggiorno locale, attivo in campo amministrativo, al quale la città deve uno sterminato numero di interventi e opere (chi vuole, può trovare un suo ritratto nel mio libro ‘Eminenti varesini’). Ma a Zanzi è già dedicato il Parco della Schiranna. Scartati tra gli ‘eminenti’ in quanto non veramente varesini il geniale scacchista Esteban Canal, il mitico Giovanni Borghi, il futurista Bruno Corra, la grande scrittrice Liala e Piero Chiara già ben commemorato… Scartato Vincenzo Peruggia, il ladro della Gioconda, per evidenti motivi…

La mia scelta andrebbe su Flaminio Bertoni ad illustrare la cui eccezionale opera (è stato giudicato il più grande designer a livello mondiale del Novecento!!!) qui di seguito riporto il ritratto che ne ho fatto a suo tempo.

Ecco, Flaminio Bertoni di fronte al quale ogni varesino dovrebbe togliersi il cappello!

Flaminio Bertoni, l’uomo della Due Cavalli (e non solo)

di Mauro della Porta Raffo

il testo è ripreso da ‘Eminenti varesini’

un mio libro datato 2006

7 febbraio 1994.

Verso sera, come a volte mi capita, giusto per litigare alla buona con qualcuno – che sia uno dei titolari o un cliente abituale non importa – faccio capolino nel negozio del mio barbiere, quello in centro città, in via Volta, a due passi da piazza Monte Grappa.

Niente, oggi nessuno ha voglia di altercare.

Deluso, decido di andarmene, quando mi fanno notare uno strano necrologio sulla Prealpina, il locale quotidiano.

Il figlio Leonardo – dicono le poche righe – e alcuni amici, nel trentesimo anniversario della dipartita, ricordano Flaminio Bertoni, varesino e creatore della Due Cavalli.

Che dire se non che, in città dal 1946, non avevo mai sentito neppure nominare Bertoni?

La faccenda, naturalmente, mi incuriosisce e, avendo scoperto che tra i firmatari dell’annuncio è anche Vittore Frattini – amico mio fraterno oltre che illustre pittore e scultore – mi precipito a telefonargli.

“Chi diavolo era quel tale?

Davvero ha disegnato la Due Cavalli?”, gli chiedo.

“Molto di più”, mi risponde, “è il creatore anche della Traction Avant e della DS: di tutte le meravigliose macchine prodotte dalla Citroen dagli anni Trenta ai Sessanta, insomma”.

Aggiunge che era di Varese eccome anche se, naturalmente per ragioni di lavoro, viveva a Parigi.

Che era stato amico di suo padre Angelo e che lui, Vittore, giovanissimo, aveva trascorso ospite di Flaminio nella Ville Lumière giorni bellissimi.

Voglio saperne di più e gli chiedo il numero di telefono di Leonardo Bertoni il quale, mi viene riferito, vive a Cantù.

Quarantott’ore dopo, ecco il figlio di cotanto genio nel mio studio: mi sommerge di libri e articoli in francese, soprattutto, ma anche in inglese e tedesco.

Mi conferma che suo padre, notissimo in tutto il mondo, è praticamente ignoto in Italia e dimenticatissimo anche nella sua Varese.

Sono trascorsi undici anni.

Passo, passo, con Leonardo, Vittore, Francesco Ogliari ed altri amici abbiamo cercato di far conoscere Flaminio a tutti.

L’anno scorso, la Triennale di Milano gli ha dedicato una mostra.

All’inaugurazione, un mare di gente e non solo addetti ai lavori quali i suoi colleghi designer.

Una specie di, sia pur tardiva, dovuta consacrazione.

Il resto, nelle righe che seguono che cercano, in qualche modo, di rappresentare al meglio la sua umana vicenda.

 

Flaminio Bertoni nasce a Varese, nella castellanza di Masnago, allora comune autonomo, il 10 gennaio del 1903.

Appresa da giovinetto l’arte nelle carrozzerie della sua città, si trasferisce a Parigi una prima volta nel 1923 ed entra alla Citroen l’anno successivo.

Di nuovo a casa per seguire le altre sue passioni (è ottimo scultore e disegnatore), vive ed opera nella città natale fino al 1931, allorché decide di ritornare definitivamente nella capitale d’oltralpe.

Dal luglio del 1932 alla improvvisa e prematura morte (7 febbraio 1964), è progettista e stilista capo ancora e sempre della Citroen e in tale veste realizza, già nel 1934, la carrozzeria della Traction Avant. Dopo avere inventato, valendosi delle proprie capacità di scultore (Bertoni prima scolpiva i modelli delle sue auto e poi li disegnava), niente meno che la Due Cavalli e la DS, nel 1961 propone una macchina assolutamente particolare: la Ami 6.

Genio poliedrico, il Nostro, nella sua breve vita, progetta anche un metodo per la costruzione delle abitazioni con i prefabbricati (usato in America e specialmente a Saint Louis, laddove un intero quartiere è opera sua), brevetta un meccanismo pneumatico per il sollevamento dei finestrini delle auto senza l’ausilio della manovella, ottiene dall’allora ministro della cultura francese André Malraux una delle maggiori onorificenze: il Cavalierato delle Arti e delle Lettere.

Pur in Francia per oltre trent’anni, manterrà sempre la cittadinanza italiana.

Recentemente, gli sono state dedicate due mostre per iniziativa della Provincia di Varese e un documentario (‘L’uomo della Due Cavalli’, prodotto dalla Televisione della Svizzera Italiana).

In occasione del centesimo anniversario della nascita, Varese lo ha degnamente onorato con diverse iniziative: sulla facciata della casa che lo vide venire al mondo è stata esposta una targa commemorativa nel mentre una piccola ma simpatica via di Masnago è stata a lui intitolata.

Nel corso del 2003, il Comune ha collocato nei giardini pubblici una sua statua donata alla città dal figlio.

Flaminio Bertoni lavora alla Traction Avant

Flaminio Bertoni lavora alla Traction Avant

Nel 1933, l’ufficio progetti della Citroen è sotto pressione.

André Citroen vuole realizzare una nuova vettura: deve essere a trazione anteriore e tutta in lamiera (all’epoca, le macchine erano costituite da un telaio in legno ricoperto da lamiere).

Nulla di quanto gli viene proposto lo soddisfa.

Flaminio Bertoni è entrato da poco in Citroen come disegnatore e pensa di cogliere al volo l’occasione per affermarsi.

E’ sabato sera, esce pensoso dalla fabbrica e si avvia sul Lungo Senna, quando, d’improvviso, ha un’ispirazione.

Rientra immediatamente in fabbrica, mette un blocco di plastilina sul trespolo e comincia a scolpire.

Lavora tutta la notte e tutta la successiva domenica.

Alla sera di quest’ultima il modello è pronto.

Lunedì mattina Citroen fa il solito giro degli uffici, vede il lavoro di Bertoni, se ne entusiasma ed ordina che venga portata la sera stessa a casa sua per farlo vedere alla moglie.

Nulla di ciò che esce dalla fabbrica può farlo senza l’assenso della signora!

Al tramonto, un intimidito Bertoni si presenta a casa Citroen e mostra il lavoro alla consorte dell’industriale.

Entusiasmo: “Con questa vettura vinceremo tutti i concorsi di bellezza”, ecco il sospirato via.

E’ così che viene al mondo la Traction Avant, vera pietra miliare nel campo dell’industria automobilistica (oltre ad essere la prima volta in cui una vettura nasce da una scultura e anche la prima occasione in cui si progetta in volume: la meccanica è inserita nella carrozzeria e quest’ultima non è asservita alla meccanica).

Nel 1935, nuovo direttore della Citroen e Pierre Jules Boulanger che possiede una casa di vacanze in campagna, nelle vicinanze di Clermont Ferrand.

Tutte le mattine vede passare sulle strade ogni tipo di veicolo carico di prodotti della campagna che i contadini, accompagnati dalle donne, portano al mercato.

Poi, mentre mogli e figlie provvedono alla vendita, gli uomini aspettano la chiusura del mercato giocando a carte e bevendo nella vicina osteria.

Boulanger ha un’idea: perché non dare alle donne un’autovettura in grado di portare le verdure al mercato così da permettere agli uomini di rimanere alla fattoria per i lavori di campagna?

Rientra a Parigi ed ordina:

“Dobbiamo costruire una macchina fatta apposta per la guida di donne inesperte.

Non deve superare i sessanta chilometri all’ora, deve consumare non più di tre litri di benzina ogni cento chilometri, deve trasportare due persone, cento chili di patate o di altri prodotti, deve poter viaggiare su strade accidentate con un paniere d’uova posato sul sedile senza che neppure una si rompa.

Il prezzo?

Inferiore a quello di tutte le altre vetture sul mercato”.

A Boulanger non interessava la linea della vettura in progetto.

La carrozzeria doveva solo servire a coprire motore e abitacolo.

Fu così che Bertoni non venne nemmeno interpellato.

Ma il direttore non tenne conto del carattere del suo stilista capo. Bertoni si chiuse nel laboratorio (‘l’antro dello stregone’, così tutti lo chiamavano alla Citroen) e senza dir nulla a nessuno costruì in legno e gesso il modello di quella che sarà la Due Cavalli che colora in giallo con finiture in nero.

Con uno stratagemma, l’opera viene fatta vedere a Boulanger che, però, mantenendo la propria posizione, la fa portar via.

Con lo scoppio successivo della guerra, il progetto Due Cavalli viene accantonato per essere ripreso solo nel 1944.

Questa volta, alle condizioni di Flaminio Bertoni e quindi secondo il suo progetto.

La vettura uscirà sul mercato nel 1948 e, quando, quarant’anni dopo, la produzione verrà a cessare, ne saranno state vendute oltre cinque milioni e centosessantamila unità.

Finita la Seconda Guerra Mondiale, la Citroen ritiene sia arrivato il momento di sostituire la Traction Avant.

Il nuovo progetto è denominato in codice VGD (Veicolo a Grande Diffusione) ed ha una lunga gestazione perché, oltre alla carrozzeria, anche la meccanica deve essere innovativa.

Flaminio Bertoni ha un’idea rivoluzionaria che gli è stata ispirata dai pesci osservati in un acquario constatando come le loro forme siano naturalmente adatte alla penetrazione dell’acqua.

E’ così che, passo dopo passo, vede la luce la linea della DS 19 (il mitico ‘Squalo’) altra pietra miliare nell’industria automobilistica.

Lo ‘Squalo’ consacra definitivamente nell’olimpo degli stilisti Flaminio Bertoni tanto da far scrivere alla stampa francese che un genio di quella portata non potrà mai essere eguagliato, almeno nel campo automobilistico.