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Il testo dell’articolo pubblicato da L’eco di Bergamo a proposito del Dizionario Enciclopedico

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L’idea è meravigliosamente folle e fuori dal tempo, come l’autore: Mauro Della Porta Raffo (da qui in poi MdPR), giornalista, scrittore, gran pignolo, giocatore di carte, provocatore, esteta, intellettuale, studioso, cultore dell’erudizione eccentrica, poligrafo per sua definizione (<Scrivo di tutto perché so tutto>), sconfinato ma non prolisso estensore di parole, anacronistico guascone talmente fiero delle sue posizioni che, fosse ancora tollerato, ti darebbe appuntamento all’alba dietro il cimitero per un duello all’ultimo sangue.In tempi di hashtag, post telegrafici dovuti per lo più a stitichezze di pensiero, frettolose consultazioni su internet, la sua ultima fatica, il <Dizionario enciclopedico> – 2.252 pagine, 1.220 voci, 2.400 personaggi citati, 7,5 kg di peso – rischia di passare come un reperto settecentesco. E, invece, il sapere universale di MdPR contiene l’attualissima sfida ai tuttologi del web, gente che sui social, il giorno in cui crolla un ponte, s’improvvisa ingegnere reperendo due rudimenti su Wikipedia e l’indomani è il giurista che apparecchia la forca o il biogenetista che pontifica sul dna mitocondriale dell’assassino.<Le cose che ho scritto non le trovi su Google – precisa -, sono frutto della mia conoscenza, dei miei incontri, sono mie riflessioni o idee. Non si trovano altrove. E ci tengo a dire che la mia non è un’enciclopedia, ma un dizionario enciclopedico, dove non c’è tutto ma c’è di tutto. I lemmi sono in ordine alfabetico, ma sono una mia scelta e sono trattati alla mia maniera>. Ed è qui il bello. Perché a un dizionario di solito uno si approccia con lo stesso entusiasmo che suscita la consultazione di una guida telefonica: atto dovuto, ma il più delle volte noioso. Invece, l’estro anticonformista di MdPR sconvolge gli schemi, lascia spesso la parola all’aneddoto colto ma gustoso, insomma dispensa il sapere non con piglio cattedratico ma come l’amico che narra durante la partita a biliardo.<La voce “Tubercolosi”, ad esempio, viene raccontata in questo modo – illustra l’autore -. Un giorno stavano giocando a carte Piero Chiara (lo scrittore di cui MdPR è stato amico, ndr) e un certo Rosmino, suo avversario abituale. Succede che Rosmino perde dieci partite di fila. Allora si alza, comincia a pagare e quando finisce dice a Chiara: “Vorrei avere la tubercolosi per sputarti in bocca. Ovviamente – aggiunge – ci sono anche gli argomenti trattati in modo diciamo più canonico>.Come gli Stati Uniti, di cui MdPR è uno dei massimi esperti. <Pur non essendoci mai stato, perché non viaggio. Conosco quel Paese dal punto di vista storico perché l’ho studiato. Io non mi muovo, non è necessario muoversi per parlare di cose lontane>. Insomma, si prova a buttargli lì, è un viaggiatore immobile, un moderno Sàlgari. <Eh no, caro amico – sorride lui -, si pronuncia Salgàri e non Sàlgari, me lo disse un giorno Giulio Nascimbeni (giornalista e scrittore, ndr) che era veronese come l’autore del Corsaro Nero. Mi spiegò che il cognome deriva da salice, che nel loro dialetto si dice salgàr. C’è anche questo nel Dizionario>.  La lunghezza dei lemmi non è uniforme, ma fa i conti con la geometria variabile dell’ispirazione. <Ci sono voci che si sviluppano in mezza pagina e altre in più di 20 – illustra MdPR -. La voce “Routine”, che dovrebbe essere una cosa del tutto tranquilla, è ad esempio la più lunga di tutte: 23 pagine>. La prefazione è affidata a un altro estroso bastian contrario, Vittorio Sgarbi, chiamato a <introdurre non quel che leggo, ma quel che suppongo> perché l’autore gli ha chiesto uno scritto d’emblée, non necessariamente spulciando fra le pagine.Altra singolarità, la tiratura del Dizionario: dieci le copie stampate finora e su ordinazione (si possono richiedere scrivendo all’indirizzo mail mdpr1@libero.it). E uno che si cimenta in un’opera simile, costata tre anni di fatica, per vendere così poco o è in preda alla scaramantica ironia del Manzoni dei 25 lettori o è davvero un folle, soprattutto in un’era letteraria che ha visto l’irruzione dei numeri, dell’audience e dei bilanci, dove appare ribaltato pure il movente editoriale: da “il libro è bello, speriamo che venda” a “il libro vende, speriamo sia bello”.<Ma guarda – confida lui -, io non scrivo mai pensando di dover vendere chissà che cosa. Scrivo per mio divertimento. Anzi, il Dizionario l’ho scritto pensando ai miei nipoti che ovviamente saranno obbligati a leggerlo e che – celia, ma non troppo – dovranno aspettarsi le mie interrogazioni. Si tratta infatti di trasmettere a una nuova generazione le cose che so. Anche se mi rendo conto che nel Dizionario c’è moltissimo di me: in qualche modo il Dizionario sono io>.Un modo per eternarsi di uno che è arrivato, e bene, al 75° anno d’età. <Tra 4/5 anni farò un’edizione ampliata, perché sto continuando a scrivere e perché non mi pongo limiti di tempo – annuncia -. Nell’ultima riga scrivo: “Ho un altro un milione di storie da raccontare e tutte maledettamente buone>. Ecco, però il sottotitolo è decisamente crepuscolare: “Nel mentre il tempo di va facendo breve”, preso a prestito dalla Prima Lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso. <Io sono convinto che non morirò – scherza lui prima di farsi serio -, ma bisogna lasciare qualcosa che rimanga per sempre. In un film con Walter Matthau “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo”, c’è una frase significativa: “Ma se non si può essere eterni, che si vive a fare?”>.E poi, sul tema, via con un altro aneddoto. <Nella sede del Partito Liberale di Varese eravamo spesso in quattro. Io e Piero Chiara, impegnati a giocare a carte, Bruno Lauzi che strimpellava la chitarra, e la segretaria che batteva a macchina i manoscritti di Piero. Lei ci rimproverava spesso: “Voi fate quello che vi pare, perché qui l’unica che lavora sono io”. Riflettendo e senza voler dire nulla di male di questa donna, che era straordinaria, la verità è questa: lei che lavorava non se la ricorda nessuno, noi che perdevamo tempo siamo diventati famosi>. 

Stefano Serpellini