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‘Verità’

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1972
Mao Ze-dong, nell’immaginario occidentale (per quanto declinante e discusso all’interno, di contro) imperante.
Michelangelo Antonioni è in Cina per girare ‘Chung Quo’, opera cinematografica che vuole rappresentare ‘al vero’, documentare, la realtà ‘gialla’.
Arriva a Suzhou.
La vita colà è ‘comme il faut’ (e come tale viene proposta).
Si svolge su canali, quasi la città fosse una Venezia d’Oriente.
Chi guardi il documentario sente ad un tratto la voce narrante dire che il ristorante assolutamente ‘cinese’ nel quale si sta entrando, scoperto per caso, “è il migliore della città”.
“Nulla di tutto quanto veniva detto e fatto vedere era vero”, afferma oggi, intervistata dalla tv svizzera la cuoca e direttrice di allora.
Si trattava – scopriamo – di un ristorante come altri, per di più musulmano, che cucinava cibo ‘halal’.
Una trattoria accuratamente preparata, trasformata, per le riprese.
‘Cinema verità’ ‘Chung Quo’?
Come infiniti altri ‘documenti’, semplicemente una falsificazione.
Ricordo un mio oramai antico colloquio con Gualtiero Jacopetti.
Gli chiesi, osai chiedergli, se tutto quanto aveva mostrato in ‘Mondo cane’ corrispondesse alla realtà.
“Lascia perdere”, replicò.
“Parliamo d’altro”.
Nulla è più falso di quanto fotografie e filmati vari ci fanno vedere.
Nulla!