Aspettando

Aspettando

Si teneva in disparte.

In pubblico, intendo.

Non che nel privato fosse un’altra persona.

Meglio, comunque.

Parlo di Mimma Chiara.

Gentile oltre ogni dire.

Composta.

Misurata. 

Decisa – si percepiva – a non recare disturbo.

(E non riuscivo a capire quale mai disturbo potesse causare). 

Dedita, infine, in tutto e per tutto al ‘suo’ Piero.

Occorse – ai tempi nei quali Chiara era membro della giuria del Campiello – che fossero insieme a Venezia.

Incapace di resistere alle sirene dell’azzardo, un verso  sera, Piero la lasciò sola in albergo dicendole che sarebbe tornato presto ma che almeno una puntatina al casinò voleva concedersela.

Trascorse un paio e più d’ore, Mimma, anche preoccupata – era del tipo: si preoccupava – decise di raggiungere il marito.

Entrata che fu, cominciò a cercarlo intenzionata a non farsi notare.

Lo vide sbirciando nell’ultima sala, quella riservata ai giochi francesi.

Si muoveva da una roulette all’altra, un pacco di grosse fiche in mano.

Stava bene alla vista.

L’aria imbronciata a parte.

Seduta in corridoio, aspettò. 

Prima o poi, doveva pure uscire di lì ‘il Piero’.

Trascorso peraltro un bel po’, finalmente, entrò nella sala e lo avvicinò.

Il fastidio che corse negli occhi del marito quando la vide…

E un percepibile dolore…

Ma furono le parole che, dette con sofferenza tra i denti, si sentì dire:

“Credi che mi stia divertendo?” che la convinsero.

Cose da uomini.

Cose da Piero.

Conveniva tornare in albergo e aspettare.

Viveva del resto così, aspettando.