Di Ermete, in tempi pandemici

Di Ermete, in tempi pandemici

“Fosse nato a Roma, l’avrebbero chiamato ‘Er mejo’, Ermete.
Com’è, come non è, l’altra notte l’ho sognato, con quel viso storto a naso adunco.
Sai, essere visitato dai morti mentre dormi non è buona cosa e mi sono preoccupato.
Cade il mio compleanno fra poco e chissà quanti proprio in questi frangenti se ne sono andati e se ne vanno.
Sai cosa mi ha tranquillizzato?
Il Coronavirus, l’epidemia.
Nel giro, ai vecchi tempi, Ermete era conosciuto come un gran lavoratore.
Sempre pronto a fare turni in più, agli straordinari, a sostituire i malati, a proporsi per i momenti lavorativi meno appetiti.
Quanti ne conoscevano la moglie comprendevano come mai.
Comprendevano la ragione delle sue latitanze che non stava affatto nella voglia o necessità di qualche quattrino in più.
Arrivarono a capire – a credere, meglio dire – che il fatto che appena costretto alla pensione avesse tirato le cuoia fosse l’inevitabile esito del cattivo sangue che la conseguente casalinga costrizione gli aveva causato, imposto.
Ecco – ho quindi arguito pur nutrendo dubbi – è per via delle riflessioni che si fanno e faccio di questi pandemici tempi che il compianto Ermete mi è venuto alla mente.
In ragione delle difficoltà di convivenza domestica obbligata e a dir poco sofferente che certamente molti affligge.
E quanti, oggi, reclusi, ai domiciliari soffrono allo stesso modo?
Queste cose mi sono detto…
Tranquillo dopo tali riflessioni, chiedi?
Non del tutto.
Come vedi, Ermete, in pagina, cerco di esorcizzarlo!”

Vergate le precedenti righe nelle prime ore del mattino in Varese nel giorno 2020 che la Chiesa dedica a San Caradoco, eremita in terra gallese.
Eremita?
Non una gran soluzione, vero?