Prostitute ‘ticinesi’ (civilmente trattate nella contingenza della pandemia e quanto differente e peggiore la situazione rispetto ai lontani ‘bei tempi’ in casa nostra)

Prostitute ‘ticinesi’ (civilmente trattate nella contingenza della pandemia e quanto differente e peggiore la situazione rispetto ai lontani ‘bei tempi’ in casa nostra)

Duecentosessanta le prostitute – in regola, operanti in Ticino in nove locali e quindici appartamenti autorizzati – alle quali dal 16 marzo scorso è vietato l’esercizio della ‘professione’.
(Molti i fruitori italiani per questa ragione condannati all’astinenza).
Su iniziativa dei gerenti dei predetti locali le ‘signorine’ impossibilitate a rientrare in patria sono ospitate a titolo gratuito laddove lavoravano.
Una trentina tra loro vengono sostenute con buoni alimentari da una Associazione benefica.
Altre hanno fatto richiesta di ricevere ‘l’indennità perdita guadagno’ in Svizzera riservata anche a queste ‘lavoratrici’.
Ciò malgrado, difficile che riescano a coprire tutte le spese.
Le segue la Polizia Cantonale e certamente saranno assistite.
Questa la situazione nello specifico in un Cantone facente parte di un Paese nel quale l’organizzazione sociale prevede ogni e qualsiasi evenienza riguardo ad ogni e qualsiasi professione.
Cosa succede alle e delle ‘signorine’ in Italia?
Cosa sappiamo di queste da noi clandestine irregolari?
Quante sono?
Come stanno?
Se e come sopravvivono?
Uno dei diecimila confronti di civiltà con la Svizzera che ci vede soccombenti!
E pensare che fino alla applicazione nel Bel Paese della Legge Merlin (che vietava i casini, le cosiddette ‘case chiuse’) nel 1958 erano i Ticinesi a venire da noi per la ‘necessità’ essendo in Terra elvetica vietato il meretricio.
E, come ricorda Piero Chiara nel suo ‘Il piatto piange’, occorreva al ‘casott de Luin’ che la maîtresse, la mitica ‘Mamma Rosa’, chiedesse loro, in quanto ‘stranieri’, tariffa doppia per la ‘consumazione’!