Più facile sia la Morte a segnare il Tempo

Più facile sia la Morte a segnare il Tempo

Non molti giorni fa, ho ricordato dove mi trovassi verso le cinque del 2 luglio 1962, un lunedì.
A Rimini, alla stazione, aspettando l’arrivo di carissimi amici con i quali avrei trascorso le vacanze.
Fu allora che la mia attenzione venne attratta da uno strillone che portava sul braccio sinistro piegato alla bisogna alcune copie di un giornale del pomeriggio – La Notte, scommetterei – dominate da un titolo a tutte colonne: ‘Hemingway suicida!’
A Ketchum, Idaho, lontano, ed era un anno esatto che l’avevo visto, inconfondibile quale era, a Siena, spettatori entrambi di quel Palio.

Altre date sono, come dire?, per me incardinate alla medesima stregua ed una, incredibilmente, ancora il 2 luglio.
Molti anni dopo, nel 2005.
Un sabato, ricordo, che doveva essere di festa perché a Gemonio, nel Museo Civico a lui intitolato, era in quella tarda mattina prevista l’inaugurazione – l’Artista presente – di una Mostra delle più recenti sue opere.
Parlo dell’ottimo scultore, incisore e straordinario medaglista Floriano Bodini.
In attesa, amici, conoscenti, ammiratori, fummo come folgorati dalla notizia che sottovoce tra noi ad un certo punto si andava spargendo della sua morte a Milano, triste novella che, ahimè, trovò in breve conferma.

Era invece un martedì il 24 ottobre del 2006.
Col Pendolino, tornavo nel pomeriggio da Napoli a Milano reduce da una bella presenza in quel di Tramonti quale membro della giuria di un premio letterario che annualmente riuniva amici cari.
Ricordo la sosta a Roma.
Fumavo all’epoca – e per quanto avessi curato di riservare il posto nel vagone numero undici, laddove come sul sette era possibile farlo – ero, sigaretta accesa, sul marciapiede accanto al treno.
Fu allora che colsi il parlottio tra due persone che si avvicinano parlando di Bruno Lauzi come di un or ora deceduto.
Appresi, avendoli in proposito interrogati, che il nostro – era stato varesino dall’esame di maturità ai trenta e ben passa anni e mio ‘vice Maestro’, essendo il titolare Piero Chiara – carissimo Brunetto non c’era più.

A finire questa dolorosa sfilata, e tralasciando il molte volte narrato mercoledì 31 dicembre del 1986, giorno della dipartita non di certo inattesa di Piero Chiara, un altro martedì: il 17 novembre del 2015.
Andavo in macchina verso Milano.
Un giornale radio verso le quattro, direi.
Nei titoli, una incredibile per me visto che gli avevo telefonato un paio di giorni prima e che alla domanda ‘Come stai?’ aveva risposto ‘Benissimo!’ notizia.
La dipartita, è vero novantaquattrenne, di Mario Cervi, mio ‘fratello maggiore’.
Fermata nella corsia d’emergenza l’auto, d’impeto, sul cellulare scrissi tutto il mio dolore.
‘Sai le stagioni della nostra vita?
Finiscono.
E capita di accorgersene anni dopo, a giochi fatti.
Oggi è la morte di Mario a segnare davvero, compiutamente, la fine di una felice, duratura e – mi rendo improvvisamente conto – oramai lontana, trascorsa, condizione.
Incontri al Giornale.
Confronti e conferenze.
Una amicale, fraterna, affettuosa consuetudine.
Si muore ed è incredibile che succeda!’