‘La prima squadra non si scorda mai’ I giocatori di calcio ‘più grandi’ ‘I film della nostra vita’ ‘La famiglia’, di Ettore Scola…

‘La prima squadra non si scorda mai’ I giocatori di calcio ‘più grandi’ ‘I film della nostra vita’ ‘La famiglia’, di Ettore Scola…

‘La prima squadra non si scorda mai’
I giocatori di calcio ‘più grandi’
‘I film della nostra vita’
‘La famiglia’, di Ettore Scola…

di Mauro della Porta Raffo
sollecitato da
Italo Cucci

Varese, 3 settembre 2022,
giorno dedicato dalla Chiesa Cattolica al Beato Commendatore di Cordova, mercedario

Ovviamente sveglio.
(Dormo sempre meno e vie più me ne compiaccio). Esattamente alle cinque e quarantatre (affascinante avere la determinazione oraria conseguente ai whatsapp), ricevo da Italo Cucci, amico di non lontana data ma carissimo e a sua volta insonne, queste righe:
“Buondì.
In risposta a un lettore riveriano che come me considera Gianni all’altezza di Pelé, ho detto fra l’altro che ‘in una recente ricerca ho scoperto un libro/inchiesta realizzato da due veri maestri, Luca Goldoni – mio idolo al ‘Carlino’ – e l’onniscente garbato e brillante Mauro della Porta Raffo.
Essi chiesero a tanti giornalisti, scrittori, imprenditori e amici chi fosse il loro pedatore preferito.
E Rivera ebbe il voto di un barbiere, di un preside in pensione e di un addetto alle pulizie.
Unici, veri intenditori’.
Ancora non ci conoscevamo”.
Di seguito, quanto da me vergato in replica ad illustrare opere felici e tempi oramai lontani.
“Grazie.
Era ‘La prima squadra non si scorda mai’.
Con Luca, a casa mia, sul divano, il 28 maggio 2003 sera, stavamo vedendo la finale di Champion Milan/Juve.
Ci vennero in mente alcuni amici calcisticamente schierati e nacque l’idea di chiedere loro (dopo di che, in corso d’opera, i partecipanti crebbero molto di numero) il perché.
Naturalmente, nostre sono le prime due testimonianze in pagina.
La copertina è di Giorgio Forattini.
Fu pubblicato dalla Casa editrice Marna e selezionato finalista al ‘Bancarella Sport 2005’.
Cosa che mi diede modo di fare con grande piacere un giro di conferenze in Toscana per presentarlo, con la partecipazione di un arbitro di Serie A, in particolare agli studenti delle scuole medie e superiori.
Un anno dopo, sulla scia, inventai ‘I film della nostra vita’, proposto da Ares, laddove raccolsi testimonianze in merito alle pellicole cinematografiche più amate da molti vip o meno e sulle ragioni.
(Il mio è ‘La famiglia’, di Ettore Scola, con un Vittorio Gassman fuori portata, una Stefania Sandrelli mai tanto dolente e una Fanny Ardant che rende onore al suo fiammeggiante cognome.
È vissuto in un grande appartamento romano identico a quello di via Calabria numero 32 dove abitavano dagli anni Trenta e fino a metà Cinquanta abbondanti i miei nonni paterni e i fratelli minori, mano mano sempre meno numerosi perché usciti casa per mettere su a loro volta famiglia, di mio padre.
Parlando con Scola in occasione del ventennale della pellicola, proposi la presentasse a Varese in un mio ‘Salotto’.
Amareggiato, declinò l’invito, dicendo che di commemorazioni ne aveva vissute di recente fin troppe e che invece gli trovassi un produttore per il film che aveva in mente e che, considerandolo vecchio, nessuno gli faceva girare.
Le stesse parole che avevo sentito dire in una lontana intervista a Billy Wilder.
Quanto a Gianni Rivera, lo vidi giocare ragazzino nell’Alessandria.
Mi dispiace dirlo a un tifoso per tuo, ma non l’ho apprezzato per una motivazione particolare.
Per pigrizia o semplicemente per durare a lungo, in campo non ha mai davvero dato tutto.
Si è risparmiato e per me decisamente troppo.
Alla fine questa disapprovazione può essere perfino considerata un trattenuto complimento.
Non siamo d’accordo neanche a proposito di Pelé, d’altronde.
Non riesco a definire il mio ‘più grande’, ma prima del brasiliano metto certamente almeno Alfredo Di Stefano e Lev Jascin (i portieri sono trascuratissimi).
Quanto agli italiani, da sia pure non accanito tifoso laziale (occorre qui tenerne comunque conto), considero eccezionale Francesco Totti.
Dopo di lui, ma dopo, Roberto Mancini.
Ho poi visto più volte negli anni Sessanta e Settanta in campo a Lugano un giocatore tedesco che nessuno ricorda e che era straordinario: Otto Luttrop.
Come sai e si vede, sono vecchio”.