Serena Williams lascia

Serena Williams lascia

Serena, addio!

Finalmente!
Lo so, sono antipatico a dir poco.
Ma finalmente (non se ne poteva più di questa preagonica faccenda) Serena Williams appende la racchetta al chiodo.
Quanto al luogo, New York e al Campionato, Flushing Meadows – lei americana – quello più giusto e sul campo più importante (dedicato a quella magnifica persona che è stato Arthur Ashe, e definire Arthur come individuo, Uomo, ‘magnifico’ è veramente poco).
Quanto all’avversaria – una australiana di non eccezionale valore di origini slave (Alja Tomljanovic) che in futuro sarà ricordata soprattutto per questa sua circostanziale affermazione – una che comunque va bene.
Quanto al turno, il terzo – il che vuol dire con due precedenti vittorie – relativamente buono.
Tutto ciò detto, guardando alla carriera, non considero affatto Serena ‘la più grande di sempre’!
Per varie ragioni e sempre ribadendo che i risultati ottenuti in tempi tennisticamente del tutto diversi e contro avversarie della propria epoca non sono ovviamente paragonabili, ritengo Margaret Smith Court molto più forte e non solo per il famoso ventiquattresimo Slam in singolo vinto contro i ventitre della statunitense.
Per avere compiuto il Grande Slam nel 1970 (cosa che la mitica Roberta Vinci ha impedito di fare a lei), per avere vinto più doppi, un numero pazzesco di misti (due volte mettendo a segno il
concernente Grande Slam) e in totale sessantaquattro affermazioni al massimo possibile livello.
Per avere ottenuto questi risultati in molti meno anni di attività mettendo al mondo nel frattempo due o tre figli.
Penso poi che certamente la germanica Steffi Graf sia stata ben più grande.
Che Martina Navratilova e Chris Evert, senza dimenticare Monica Seles pre attentato, sia pure non altrettanto, anche.
Che dal punto di vista della intelligenza tennistica, la da lei dominata – come molte altre non altrettanto virili – sul piano fisico Martina Hinghis sia stata superiore.
Per non andare a disturbare Suzanne Lenglen e compagnia bella.
Fra l’altro, come costantemente accade in questo mondo in ogni ambito, quasi si dovesse riparare a chissà quale peccato, nera quale è, la stampa in genere e il pubblico debitamente indottrinato l’hanno celebrata come la prima tennista di colore di calibro assoluto.
Così non è affatto storicamente stato perché in anni infinitamente più difficili per i neri americani, ben in precedenza delle aperture e riforme nell’ambito dei diritti civili che si devono a Lyndon Johnson, Althea Gibson aveva vinto e stravinto negli anni Cinquanta (undici Slam, cinque dei quali in singolo).
Tutto ciò detto, un doveroso inchino e tutti gli auguri di questo mondo!